“Lavorare meno a parità di salario” è una proposta più attuale che mai

Lavorare tutti, lavorare meno: era il motto delle tentate rivoluzioni degli anni ’60 e ’70 e una delle ultime battaglie dell’allora Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione Comunista degli anni ’90. Nonostante il tramonto di quelle stagioni politiche, non sono di certo tramontate le richieste e le proposte all’interno del mondo del lavoro. L’attuale presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, non più di qualche mese fa rispolverò il vecchio motto “rivoluzionario” affermando che

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Lo smart working e le galline felici

smartworking

Le galline felici fanno uova più buone. Allo stesso modo un lavoratore più felice e meno stressato produrrà di più e meglio per l’impresa. Lo dice l’economista Jan-Emmanuel De Neve: «i dipendenti felici sono più produttivi del 13%, in quanto lavorano più velocemente, effettuano più chiamate all’ora e, soprattutto, convertono più chiamate in vendite». Lo smart working, cioè il lavoro agile e flessibile, renderebbe i dipendenti più felici.

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Il limbo dei nostri giorni

limbo di dante Stephane Pannemaker

I latini dicevano mala tempora currunt e di questi tempi riconosciamo lucidamente quell’espressione troppo spesso abusata. Sono ormai decenni che popoli di tutto il mondo avvertono il peso dell’incertezza di tempi oscuri, il dramma di un futuro incerto, stretti nella condizione perenne di insicurezza, ma prima di oggi solo le nostre donne e i nostri uomini più anziani possono ricordare tempi davvero bui simili a questo. Non siamo in una condizione di estremo bisogno, né in una condizione di serenità: ci troviamo piuttosto sospesi – per ora – in una sorta di limbo, che Dante descriveva come il “lembo” (da qui la parola limbo), l’orlo estremo prima dell’inferno dove attendevano le anime che non si potevano salvare.

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Il secondo virus

«In mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità [ma], purtroppo, non manca mai un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità».

Alessandro Manzoni, Promessi Sposi

Duecento anni dopo i fatti realmente accaduti, Manzoni descrisse la peste nei suoi Promessi Sposi e oltre ad essere un passo ormai “di moda” – assieme ai romanzi di Camus – in questi giorni terribili, è un permesso a fare noi altrettanto, parlando di quel testo duecento anni più tardi.

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Il ritorno al tempo dell’ozio

«Non c’è interstizio del nostro tempo che non possa essere colmato»: lo scrive Davide Mazzocco nel suo saggio Cronofagia, come il capitalismo depreda il nostro tempo (2019, D Editore). Se ci pensiamo bene, in effetti, ogni “tempo morto” lo riempiamo quasi inevitabilmente con altre faccende da sbrigare, più o meno impellenti, a basso indice creativo. Tra un impegno e l’altro ricopriamo quel possibile vuoto con qualsiasi mezzo utile a nasconderlo ed è sicuramente facile farci degli esempi: social-network e serie-tv in primis. Perché definiamo un certo tempo come tempo morto?

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Il prato di stelle, il mio ultimo racconto

prato di stelle

Pubblicare un libro è come la fine di un percorso e l’inizio di un altro. È così che sento di battezzare questo momento: come quell’istante che separa la fatica dal riposo, quel limbo che separa il lavoro dalla sua valutazione da parte degli altri, come l’artigiano che completa la sua piccola opera e spera che verrà apprezzata al di fuori della sua bottega. Ma al di là di come verrà valutato questo racconto, quello che lo rende speciale è che per me questa pubblicazione si pone come alla fine di una corsa faticosa, alla fine di una lunga salita – non tanto e non solo perché il lavoro di scrittura di fatti non è sempre così facile da compiere, ma quanto per il contenuto e il valore che esprime per me questa breve storia.

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